Lo Zen è una forma di buddismo indiano che venne introdotto in Giappone dalla Cina. Ha poco a che vedere con la religione, è più un’intuizione, una illuminazione della mente, che attraverso la meditazione permette di connettere soggetto ed oggetto, corpo e spirito, fino a che tutto si fonde armoniosamente per raggiungere la conoscenza dell’essere totale che contiene in sé umiltà e nobiltà, sacro e profano. Nel tempo questo pensiero si infuse nella mente dei giapponesi e nel 1202 il monaco Eisai fondò la scuola di buddismo Zen Rinzai e si costruirono i primi templi.

Origine del giardino Zen.

Vicino a questi templi i monaci usavano uno spazio coperto di sabbia o ghiaia per meditare, gli stessi spazi che nei templi shintoisti venivano usati per festeggiare gli spiriti e che chiamavano “niwa“, ossia giardino.

I monaci Zen trasformarono questo spazio nel luogo ideale per la meditazione, la contemplazione e raggiungere così l’illuminazione.

Minimalismo.

Fu eliminato dal giardino tutto ciò che era considerato superfluo e che poteva ostacolare il rilassamento della mente. Pochi devono essere gli elementi che compongono questo spazio poiché il vuoto stimola l’immaginazione. Tutto deve essere semplice, raffinato e di pietra. Le rocce verticali e orizzontali formano il paesaggio con montagne, ponti, fiumi, cascate, isole e la ghiaia (sapientemente rastrellata). Nelle rocce sono condensate le energie cosmiche, la memoria di tutti gli eventi, di tutto ciò che ha contribuito a creare l’universo. Immobili eppure internamente vive. Un grande maestro Zen disse che anche in un granello di sabbia il mondo si manifesta in tutta la sua interezza.

L’immagine ottenuta deve essere altamente suggestiva per influire sul soggetto che la contempla, penetrare nel suo inconscio, mutarsi in una intensa emozione ed avvicinarlo alla comprensione del tutto. Questi giardini di pietra, secondo l’estetica Zen, devono essere: wabi (semplice, quieto), sabi (vecchio, sereno), shibui (composto, elegante, modesto, raffinato).

Il giardino Zen non si può capire in maniera razionale, ma solo intuitiva. È un “koan”, un enigma, ma in questo mondo raffinato ed elegante, semplice e sereno, l’uomo e l’universo si incontrano soli, uno di fronte all’altro.

Articolo a cura di Rosi Sgaravatti.