Intervista pubblicata sul numero 4/20 di Acer

 

Sgaravatti taglia il traguardo dei duecento anni di attività nel florovivaismo e nel paesaggismo.

 

Un’avventura piena di successi e votata all’innovazione, dall’intuizione della vendita di piante per corrispondenza alla progettazione e realizzazione di giardini di ogni tipo in qualunque parte del mondo.

 

Il 2020 ha il sapore intenso della storia per la famiglia Sgaravatti. La loro avventura di creatori di giardini è sbocciata nel 1820 a Saonara, nell’allora Regno Lombardo-Veneto, sotto gli Austriaci.

A distanza di due secoli, l’azienda ha oggi solide basi in Sardegna, a Capoterra (CA). Duecento anni per una vicenda familiare che ha attraversato la storia del florovivaismo e del paesaggismo italiani ed europei, arricchendola di novità e innovazioni.

Sgaravatti Land unisce oggi a un vivaio di 35 ettari, con specie tipiche della macchia mediterranea, un ufficio tecnico per la progettazione di giardini e opere a verde, e tre garden center, a Capoterra, Cagliari e Porto Cervo.

Di passato e presente abbiamo parlato con Rosi Sgaravatti, presidente del Cda della società agricola Sgaravatti Land.

Come avete affrontato l’emergenza Covid?

R.S.: Adeguandoci alle disposizioni, spesso poco chiare, che giungevano con i vari DPCM. La questione più urgente era ovviamente mandare avanti il vivaio e prenderci cura delle piante nei garden center, oltre a quelle già a dimora nei cantieri. I

tre garden center sono rimasti chiusi al pubblico fino alla fine di aprile, attrezzandosi per le consegne a domicilio e soltanto nel circondario, per poi riaprire all’inizio di maggio.

Ricorrenza importante in un anno sfortunato…

Rosi Sgaravatti (R.S.): Purtroppo il Covid si è messo di traverso. Avevamo programmato diverse iniziative per celebrare i duecento anni, sia qui in Sardegna, a Capoterra, che a Saonara: una sorta di “patto di amicizia” tra i due paesi, nel nome di Sgaravatti.

Attendiamo settembre per riprenderlo, con eventi per un ristretto numero di persone: un compleanno più intimo insomma, con le giuste distanze.

Per la ricorrenza abbiamo confezionato un video sulla nostra storia, e il volume “La bellezza e il tempo”, che ripercorre questi due secoli puntando sulle innovazioni e su quanto di bello siamo stati in grado di apportare al mondo del florovivaismo e del paesaggio.

Un bilancio a oggi?

R.S.: La nostra storia parla per noi. Siamo stati i primi a vendere le piante per corrispondenza, il primo catalogo è datato 1866, abbiamo studiato la filossera e salvato migliaia e migliaia di vitigni.

Al di là dei singoli successi, è sempre stata una nostra prerogativa affrontare con entusiasmo sfide nuove.

Ogni anno ci vengono poste problematiche di vario genere, che ci spingono a compiere dei passi in avanti, per esempio nella ricerca di varietà migliori e più performanti, ma non solo.

Abbiamo realizzato giardini speciali per diversi tipi di malati, in dialisi, di Alzheimer, per i ciechi.

In collaborazione con l’Università di Cagliari portiamo avanti un progetto per il risanamento dei suoli, oltre a percorsi di studio su piante a ridotte esigenze idriche.

Con l’Orto Botanico di Cagliari stiamo svolgendo un’attività di sensibilizzazione sulle specie invasive, attraverso seminari e convegni rivolti sia a vivaisti che a clienti.

E per i giovani?

R.S.: Tramite l’associazione Amici del Giardino di Sardegna abbiamo allestito degli orti in alcune scuole di Cagliari. Insegniamo ai ragazzi a riconoscere le piante, a cosa serve il verde: se non puntiamo sulla cultura, sui giovani, siamo un Paese morto.

Un progetto pubblico in particolare che le piace ricordare?

R.S.: Tra i tanti parchi realizzati in Sardegna cito quelli di Monte Claro e di San Michele a Cagliari: una ventina di anni fa abbiamo eseguito degli interventi di ingegneria naturalistica, sperimentando delle tecniche che oggi sono universalmente conosciute ma che allora rappresentavano una vera novità.

 

 

 

 

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